Fino
a quando la Germania continuerà a paracadutare gli Stati periferici
dell’Eurozona, travolti dalla crisi dei debiti sovrani? E’ questo l’interrogativo
che angustia gran parte dell’opinione pubblica europea dopo che l’effetto
tampone dovuto all’intervento della BCE sui titoli di stato italiani e spagnoli
sta progressivamente venendo meno. Ieri lo spread
tra Btp italiani e Bund tedeschi è risalito sotto i 300 punti, poco più in
basso quello tra Bonos e Bund. Finora Berlino, anche se a malincuore, ha miscelato
rigore e solidarietà, allo stesso tempo però ha inviato segnali altamente contraddittori
ai mercati.
In
fin dei conti il rischio di proseguire sul crinale dell’incertezza è che,
presto o tardi, anche la Germania venga risucchiata dalle tensioni dei mercati
sul debito. Il campanello d’allarme è il raffreddamento dell’economia mondiale,
sul quale il capo economista di Deutsche
Bank Thomas Meyer ha per ora minimizzato. Fatto sta che anche in Germania
si registra a giugno un lieve calo della produzione industriale e una brusca
frenata delle esportazioni, principale motore dell’economia tedesca degli
ultimi anni. I media tedeschi si mostrano preoccupati. Il quotidiano economico Handelsblatt si domanda: «Nel 2009 recessione, nel 2010 crescita, nel
2011 boom nonostante la crisi, ma che cosa ci aspetta nel 2012?». Intanto,
mentre le sorti del debito americano sono appese ad un filo e anche la Francia
è impegnata a scongiurare un downgrade
del suo debito con l’approvazione di nuove misure anticrisi, anche l’indice DAX
di Francoforte ha mostrato in settimana forti segnali di cedimento. Secondo
l’economista di MPS Mario Seminerio «un
singolo dato non indica un trend. D’altra parte ci sono rischi di rallentamento
globale, di origine asiatica e soprattutto cinese, che potrebbero condizionare
anche la manifattura tedesca, che ha una esposizione ormai molto significativa
al mercato cinese». A confermare questi timori c’è la Bundesbank, stando alla quale nella seconda metà dell’anno la
crescita tedesca non sarà paragonabile a quella registrata nella prima. Insomma,
tra l’incubo di una nuova recessione da una parte e il dispendioso salvataggio
dei PIIGS dall’altro, la signora Merkel e la sua malridotta coalizione non
dormono affatto sonni tranquilli. In grave crisi di consenso, il Cancelliere e
gli alleati liberali sembrano non sapere come muoversi per dare segnali chiari ad
investitori disorientati ed insicuri. Ed è proprio questo immobilismo
dell’esecutivo, mascherato da prudenza che irrita fortemente anche gli
elettori. Se le elezioni federali si tenessero oggi la maggioranza dei tedeschi
preferirebbe alla signora Merkel e alla sua politica dei “piccoli passi” sia
l’ex candidato alla Cancelleria e Ministro degli Esteri Frank-Walter
Steinmeier, sia il probabile candidato futuro della socialdemocrazia ed ex
Ministro delle Finanze, Peer Steinbrück.
L’appuntamento
decisivo per verificare la tenuta del gabinetto Merkel e, allo stesso tempo,
per capire se Berlino continuerà ad ottemperare alle richieste di Bruxelles è
calendarizzato per settembre. Dopo la pausa estiva, infatti, il Bundestag sarà chiamato a votare sull’ESM
(European Stability Mechanism),
il nuovo fondo salva-Stati che entrerà in vigore nel 2013, sostituendo
l’attuale EFSF (European Financial
Stability Facility). La disciplina della nuova istituzione, a capo della
quale siederà il tedesco Klaus Regling, è stata preparata dal Consiglio Europeo
dopo l’accordo dell’autunno scorso a Deauville tra il Cancelliere e il
Presidente francese Sarkozy e dovrà ora essere approvata come una normale
modifica ai Trattati. Alcuni deputati tedeschi paventano il rischio di
un’unione fiscale e l’ulteriore cessione di sovranità a Bruxelles. Ecco perché
promettono di dare battaglia. Tra di loro c’è anche Frank Schäffler, il
parlamentare dell’FDP, che, secondo la stampa tedesca, avrebbe già riunito un
piccolo drappello di ribelli interni alla maggioranza giallo-nera per affossare
la legge. Ne bastano venti, spiegava Der
Spiegel qualche tempo fa. Se il Bundestag
dovesse bocciare il fondo, si aprirebbe con ogni probabilità una crisi di
governo. Lo zelo europeista del Cancelliere e della Germania ne sarebbero
irrimediabilmente compromessi.
Da Il Riformista